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Chi l’ha detto che Dio non usa il telefono?

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Newsletter 25 Marzo 2017

La “messa” è finita

 
Fu “inventato” dal concilio di Trento. Ora rischia di sparire
La messa è finita
Così dopo cinque secoli tramonta la figura del prete
ALBERTO MELLONI
Alcuni grandi cicli storici si chiudono con eventi fragorosi. Altri cicli, invece, si chiudono quasi in sordina, pur non essendo meno importanti di quelli ai quali un monumento o una riga di sussidiario fornisce eterna gloria. In sordina si è esaurito un grande ciclo: quello del prete. Quella formidabile invenzione cinquecentesca che ha plasmato la cultura e la politica, la psicologia e la vita interiore, l’arte e la teologia dell’Occidente e delle sue antiche colonie non si è estinta (sono circa 420mila i preti nel mondo), ma da ol–


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La famiglia tradizionale? È un’eccezione..

Padri donna, uteri in affitto: il viaggio tra le civiltà tribali di Claude Lévi-Strauss per “sbarazzarci dei paraocchi”
 
CLAUDE LÉVI-STRAUSS
 
Gli antropologi hanno molto da dire sulla procreazione artificiale, perché le società da loro studiate si sono poste tali problemi e hanno elaborato alcune soluzioni. Queste società, è vero, ignorano le tecniche moderne di fecondazione in vitro, di prelievo di ovuli o di embrione, di trasferimento, impianto e congelamento. Ma hanno immaginato e messo in atto formule equivalenti, almeno dal punto di vista giuridico e psicologico. Permettetemi di fare qualche esempio.
 
L’inseminazione grazie a un donatore ha il suo equivalente in Africa, presso i Samo del Burkina Faso. In questa società, ogni ragazza si sposa molto giovane, ma prima di andare a vivere con suo marito


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La storia di Nanyuki

LA MISSIONE DI NANYUKI – KENIA

 

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NANYUKI è una cittadina di circa 110 mila abitanti nel centro del Kenya, esattamente sulla linea dell’Equatore, disposta a Nord-Ovest del Monte Kenya (ad un’altitudine di circa 2.000 mt s.l.m) a circa 200 Km da Nairobi, lungo la strada A2 ed al terminale della ferrovia commerciale che giunge dalla capitale. Nanyuki è capoluogo e sede del Distretto di Laikipia Est.

A Nanyuki convivono molte tribù differenti anche se la maggioranza della popolazione è di etnia Kikuyu Tuttavia, non mancano Masai, Samburu, Kawba, Turkana, Kalanjino, Somali, Borana, Luo, Luiya, e Meru. È molto forte inoltre la presenza indiana che svolge soprattutto attività commerciali.

La lingua ufficiale più usata è il kiswahili e l’inglese è ben conosciuto, seppure ogni kenyota ha come lingua madre quella della propria etnia. Il kikuyu è quindi in realtà la lingua più parlata a Nanyuki.

La parrocchia comprende, oltre al centro di Nanyuki, circa 30 villaggi entro un raggio di 40 Km. I cristiani sono oltre il 50% (circa 70.000) di cui almeno 40.000 cattolici. Ma sono presenti anche Musulmani, Indù, Protestanti, Animisti. Non esiste l’ateismo.

Seppure la città sia caratterizzata da alcuni quartieri centrali, per lo più occupati da attività commerciali, la gran parte della popolazione vive nelle «bidonville» di Majengo e Likii che ospitano più di 60.000 persone e nelle quali ha operato Giuseppe Zencher.

 

5 Marzo 2017 omelia don Valerio il deserto

Viene rimossa la parola fallimento


Nell’aria dei nostri giorni appare a volte, ma è subito rimossa, la paura del fallimento. Le grandi parole come speranza e fiducia, soprattutto nello spazio cristiano, sembrano vietare la possibilità di leggere un evento o la propria vita come un fallimento. Questa mi sembra una malattia spirituale del nostro tempo: abituati a cercare il successo, l’approvazione degli altri, impegnati in compiti “buoni” e conformi al Vangelo, non siamo più capaci di intravedere la possibilità della debolezza e del conseguente fallimento.

Sembra che noi cristiani abbiamo già “le parole pronte” per impedire di constatare il fallimento, e quindi di dirlo, e per poterlo vivere non come un dolore reale, un evento che ci può cogliere nella nostra lunga vita. Eppure ci dichiariamo discepoli di un maestro, un profeta che ha conosciuto come esito della vita il fallimento: il rifiuto della gente, l’abbandono e il tradimento dei suoi discepoli, una morte nella vergogna di chi è giudicato come uomo nocivo al bene dell’umanità, addirittura un indemoniato, un pazzo, un uomo falso.

È sorprendente, di conseguenza, che noi cristiani parliamo facilmente e anche sorridendo di “scandalo della croce” (Gal 5,11), ma senza sentirci intrigati da esso, senza assolutamente pensare che questa potrebbe essere la sorte che ci attende.

Eppure il senso del fallimento non può essere rimosso, e quando si conoscono non superficialmente alcuni grandi testimoni cristiani si deve constatare che il fallimento è stato vissuto drammaticamente nelle loro vite. Perché? Perché in ogni persona è presente, fin nelle sue profondità, prima ancora del peccato, quella che nella tradizione cristiana è detta infirmitas o, con altri sinonimi, fragilitas e miseria.

L’infirmitas, la debolezza, è la condizione della nostra carne, se siamo capaci di leggerla, e più “lo spirito è pronto”, più “la carne è debole” (cf. Mt 26,41; cf. Mc 14,38). La debolezza, l’infirmitas, è in noi radicale: siamo fragili e deboli fino a trovarci nella miseria, siamo inadeguati ad assecondare lo Spirito che in noi geme e sospira (cf. Rm 8,26), e per questa debolezza siamo costretti a cadere, a fallire.

Si può dunque fallire nella vita, anche nella vita che si è voluta cristiana, si può giungere al pensiero di una vita perduta, di una vita che non si è stati capaci di salvare. La vita passata appare come brandelli di carne lacerata non più componibili, non può disponibili per essere l’immagine di una vita. L’unica certezza è che il silenzio che avvolge il fallimento e le cadute, le preserva dal disperdersi nella nientità, dall’avere la sorte di una stella in un buco nero dell’universo. Si nasce e si rinasce, si cade e ci si rialza, si ricomincia sempre: il protagonista non sono io.

A nulla giova la mentalità mondana che pretende ci debba essere sempre e solo successo, riconoscimento, quasi “un’inarrestabile ascesa” (Sal 48,19)! Nella vita c’è anche il fallimento, la caduta, e chi arriva a dire che ha sbagliato tutto va ascoltato in silenzio e non va consolato con parole a buon mercato. Bernardo giungerà ad esclamare: “O beata, desiderabile debolezza (optanda infirmitas), colmata dalla potenza di Cristo, che mi permette non soltanto di essere debole, ma anche di fallire interamente a me stesso, per essere reso stabile dalla potenza del Signore delle potenze. ‘La sua potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza’ (2Cor 12,9)”.

Davvero, la forza di Dio trova la sua misura nella misura della nostra debolezza. Ma qui siamo già al di là del fallimento, come Paolo che arriva a dire: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). “Naufragium feci, bene navigavi”: non lo si dice nella tempesta, ma quando la tempesta è finita e si è approdati al porto desiderato (cf. Sal 106,30) o, comunque, all’approdo che ci salverà.


Enzo Bianchi

Lettera ai genitori di studenti

Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: quello di formare gli adulti che saranno. Non di stare un passo avanti a loro nel tentativo di proteggerli, ma un passo indietro per essere pronti a sostenerli se cadranno. Quando succederà, col nostro aiuto potrebbero apprendere che da un fallimento si può imparare quanto da un piazzamento, e che può essere più mortificante e pericoloso un bel voto immeritato piuttosto che un brutto voto giusto o un rimprovero subìto. Su tutto, sarebbe ora di rendersi conto che noi genitori non siamo i paladini dei nostri figli, ma siamo i difensori dei loro interessi, e sostenere l’autorevolezza dei docenti dovrebbe essere il primo fra questi. Se non possiamo essere certi che tutti gli insegnanti rispettino allo stesso modo i bambini — ed è giusto prestarvi attenzione — possiamo però educare i bambini al rispetto per gli insegnanti. Avremo fornito ai nostri figli uno strumento prezioso per orientarsi sulla strada più difficile: quella del diventare individui autonomi, che non vivono le regole come una gabbia, ma come un’opportunità per strutturare un giorno le proprie.
Ricominciamo da qui.

TORNIAMO ALLE I D E E D I PLATONE

TORNIAMO ALLE I D E E D I PLATONE
Piacere dei sensi, assenza di problemi, salute dell’anima. Sono le diverse definizioni di felicità dei filosofi antichi: le loro lezioni sono ancora utili
di Pierre Zaoui
Il concetto di felicità è antichissimo, e risale alle origini greco-latine dell’Europa. Tutte le filosofie antiche si sono preoccupate della felicità. E non solo i filosofi ellenistici (con il cinismo, lo stoicismo, l’epicurismo e lo scetticismo, che si presentavano esplicitamente come eudemonologie, ovvero scienze della felicità o dello “spirito buono” — in greco:eudaimonia), ma già la filosofia di Aristotele, secondo la quale, in opposizione al platonismo, la maggior parte degli uomini non ricerca un bene misterioso e inaccesibile bensì, più semplicemente, la felicità. Lo stesso Platone dedicò alla felicità uno dei suoi ultimi dialoghi,Il Filebo, affermando la possibilità di una “ salute dell’anima” ( euessia): giusta misura tra assenza di piacere e piaceri corporali illimitati.
Naturalmente i filosofi non erano mai d’accordo su quale fosse esattamente la natura della felicità e sui mezzi necessari a raggiungerla.

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La mia battaglia per dare voce a chi non ce l’ha!

 
Pierfrancesco Diliberto (Pif) “Io, ex Iena malato di timidezza”
“La mia battaglia per dare voce a chi non ce l’ha”
“Ho difeso i disabili, spero di non doverlo fare più”
 
SILVIA FUMAROLA
CONTINUA A RIPETERE che soffre «di una timidezza patologica ». Ma se ripensi al passato da Iena (quando mollava lì l’intervistato di turno per correre da un personaggio più famoso), sembra difficile credergli. «Facendo quelle cose soffrivo, i servizi migliori riuscivano se non ero vestito da Iena: ancora oggi non farei tante cose. Mi spingono e mi butto». Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, da Palermo, classe 1972, è fatto così. Giacca smilza, occhi chiari malinconici che contrastano col sorriso, ha l’aria da ragazzo d’altri tempi.
Col primo film La mafia uccide solo d’estate,diventato serie tv, ha fatto commuovere e sorridere persino un magistrato che in Sicilia la mafia la combatteva, il presidente del Senato Pietro Grasso. Promosso anche con In guerra per amore, in tv è tornato alle origini. Videocamerina alla mano, con Il testimone – nato su Mtv e ora approdato il venerdì su Tv8 – esplora la realtà a modo suo, facendo interviste incollato ai protagonisti, un corpo a corpo. «Provo a restituire la verità. Mio padre era regista e produttore, ho debuttato con lui in una tv privata ma non mi ha spinto a fare questo lavoro. Tutti pensano che sia donne e champagne, ma è un lavoro precario».
Testa sulle spalle, legato alle radici, («Palermo capitale della cultura mi riempie di orgoglio»), passionale, è stato protagonista di una protesta clamorosa nella sede Regione Sicilia al fianco dei disabili: «Da una parte sono molto contento di averlo fatto perché riuscire a dare voce a chi a volte materialmente non ce l’ha ti rende felice », spiega «dall’altra no perché non mi diverte per niente andare dentro un’istituzione… Credo sia una sorta di fallimento, anche mio. Quel giorno è stato fallimentare, tranne che per i disabili, per tutti, spero di non rifarlo più. Non voglio neanche essere populista nel senso che un politico può anche sbagliare, bisogna concedergli il beneficio dell’errore, perché fare il presidente della regione in Italia e soprattutto in Sicilia è difficilissimo. Ma quell’errore esisteva da tempo e non è mai stato affrontato come una priorità. Ci sono 3600 disabili in Sicilia che non hanno assistenza, due non hanno neanche i genitori, solo un amico che li aiuta. Questo è inaccettabile». Pif il barricadero che ripensa al Pierfrancesco bambino, sorride: «Ero un riccio. Papà portava a scuola me e mia sorella: prima lasciava lei che faceva casino, nel tratto con me, in auto piombava il silenzio», confessa. «Le ragazze? Le fissavo. E basta. Tra l’altro a scuola andavo malissimo, ho ripetuto il terzo anno. Mai pensato di iscrivermi all’università. Lo sa che i miei amici di Palermo ad Architettura pagavano la tassa del riscaldamento e non c’erano i termosifoni?».


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26 Febbraio 2017 omelia don franco il tempo che scorre

Camposcuola medie 2017

Newsletter 27 Febbraio 2017

Mercoledì delle Ceneri

Omelia per Anna

L’altra domenica, per la messa dell’unzione, Anna, insieme ad Otello è venuta a ricevere l’olio degli infermi, cioè la presenza consolante di Gesù che attraverso i suoi sacramenti sempre ci infonde una pace profonda e certa. Chissà se Anna se lo sentiva che sarebbe arrivato il suo momento. Un giorno, magari, glielo domanderemo in paradiso.
Sta di fatto che, in questi anni, ho sempre constatato in Anna il bisogno di essere confermata dai sacramenti della Chiesa. Che il suo corpo la seguisse o meno, lo spirito era forte e la spingeva a confessarsi, a comunicarsi e, quest’ultima volta, a ricevere l’olio santo.

I ricordi più belli che ho dell’Anna sono scolpiti proprio nei momenti di intimità con Gesù, quelli appunto della confessione. Quella scorza di donna burbera, nel segreto del confessionale, si sgretolava di fronte alle sue riconosciute e consapevoli fragilità. Lí riconoscevo tutta la grandezza di questa donna, forte, caparbia ma anche umile e impaurita. 

La confessione Anna la viveva regolarmente il primo venerdi del mese nei primi anni del mio ministero qui all’aba; poi quando si è ammalata ha rallentato il ritmo, ma non ne poteva fare a meno. Il venerdì era il suo giorno, ma non per una devozione personale, quanto per la purezza di poter portare Gesù, come ministra straordinaria, agli ammalati. Sentiva che doveva lei per prima purificarsi per poi purificare. 

Poi appunto con i suoi acciacchi ha dovuto lasciare il ministero e la responsabilità pastorale. Ma la confessione appena poteva la chiedeva con forza. I sacramenti, le benedizioni i rituali sacri erano per lei un recinto che la custodivano interiormente. Il corpo era ormai consumato, ma la forza interiore no quella era viva.

Un altra cosa che mi ha sempre colpito di Anna era che quello che insegnava lo metteva in pratica. Oggi festeggiamo nella liturgia la festa della cattedra di san Pietro. Non si trova in nessun altro giorno la festa di una cattedra. Non sarà un caso neppure questo, dato che la cattedra di insegnante è stata la sua vita. Ma una cattedra è vera se credi a quello che insegni. Di Anna si poteva forse essere in disaccordo con lo stile e il modo con cui diceva e insegnava le cose, ma ineccepibile era la sintonia tra i contenuti che insegnava e la vita che conduceva. Qualche volta abbiamo discusso su verità teologiche che lei dava per assolute. Ma devo dire che non era poi così testarda, cercava solo ulteriori chiarezze. 

Cara Anna ora ci salutiamo. Con tanti santi teologi a fianco avrai certamente insegnanti degni. Dal cielo prega per noi e per i tuoi cari. In primis i tuoi figli a cui hai voluto bene trattandoli con amore e con giustizia, pur trattandosi sempre di una giustizia col cuore di una mamma. Prega per Otello il tuo caro marito e per le tue sorelle e per la nostra comunità, e soprattutto per i ministri … dal cielo magari dacci una mano a trovarne altri con la stessa tenacia e perseveranza che hai avuto tu.

Newsletter 11 Febbraio 2017

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