Mese di Maggio 2017

Nel mese tradizionalmente dedicato a Maria, ci incontriamo ogni sera per la recita del Rosario presso alcune famiglie della nostra comunità AlbaMater. Partiamo dalla zona di Mater Admirabilis e arriviamo fino alla zona di Gesù Redentore. Ci auguriamo di poterci incontrare numerosi presso le famiglie che accoglieranno l’immagine di Maria in queste settimane. Per il calendario settimanale del Rosario itinerante clicca qui.

Per chi non può venire alla sera, vi proponiamo questi momenti di preghiera.
Chiesa di Mater Admirabilis
Recita del Rosario alle 17.15  (dal lunedì al sabato), di seguito la preghiera dei Vespri alle ore 17.40.

Chiesa di Gesù Redentore
Recita del Rosario all 15.00 (dal lunedì al venerdì). Al sabato il Rosario si recita alle ore 17.30.
Ogni mercoledì il Rosario sarà animato dai bambini del catechismo.

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Messa Comunitaria II domenica di Pasqua

La Domenica di Pasqua alla chiesa Gesù Redentore

Buona Pasqua!

Facciamo nostri gli auguri di Papa Francesco.
“Cari fratelli e sorelle è una grande felicità per me augurarvi una buona Pasqua e dirvi che Cristo è risorto! Vorrei che questo annuncio arrivasse in ogni casa, in ogni famiglia soprattutto dove si soffre di più come negli ospedali e nelle carceri. Vorrei che raggiungesse i cuori di tutti perché Dio vuole diffondere questa buona notizia: Gesù è risorto. Ancora una volta ha vinto l’amore e la misericordia di Dio e c’è speranza per tutti”.
don Marco, don Valerio, don Franco

La Domenica delle Palme alla Chiesa Mater Admirabilis

Nonno, raccontami l’Europa.

 
Niente di più facile, bimbo mio. L’Europa è la terra dove tramonta il sole. È un grande, frastagliato, affascinante promontorio dove l’Asia finisce. Una terra fertile, ricca di popoli, fiumi, città, montagne e pianure, che si protende con faraglioni di tuono verso l’Oceano e il Mare di Mezzo. Ma come: nessuno te l’ha mai raccontata?
Nessuno. Fallo tu, ti prego.
Per cominciare tiriamo fuori dalla tasca queste monetine. Guarda bene. Portano tutte il nome dell’Europa, ma sono stampate in paesi diversi. Grecia, Germania, Francia, Italia, Austria, Spagna… paesi che fino a ieri si sparavano cannonate fra loro. Non è un miracolo? Oggi sono tutti uniti, hanno tolto i confini.
Mi racconti i tuoi viaggi?


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ANSPI Assemblea ordinaria

Matilde Gioli: Dite agli uomini che devono tornare a prendersi cura delle donne

Matilde Gioli: «Dite agli uomini che devono tornare a prendersi cura delle donne»

 

Lanciata dal Capitale umano di Virzì, l’attrice ventisettenne ha in uscita un film di D’Alatri e una fiction di Raiuno. Non sapeva nulla di cinema, si arrangiava lavorando nei pub e come istruttrice di nuoto. Poi, il cinema («Ma resta in discussione, ho ancora voglia di studiare il cervello») e la perdita del papà: «Stargli accanto in ospedale mi ha fatto diventare forte. Vorrei un marito come lui, che ha voluto tanti figli, era premuroso con mia madre. Invece oggi gli uomini fanno i capricci, si fanno desiderare». A lei, uno ha spezzato il cuore e dopo nulla è più stato come prima…


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12 Febbraio 2017 omelia don franco la trasfigurazione

Ecco i doni di Francesco

Bauman “Ecco i doni di Francesco”
ZYGMUNT BAUMAN
Papa Francesco è il dono più prezioso (anzi, inestimabile) che la Chiesa cattolica romana ci abbia offerto, oltre che il regalo di cui la società aveva più bisogno in questi tempi tormentati dall’incertezza, privi di direzione, alla deriva, senza uno scopo e senza fiducia.
 
Più di qualsiasi altra cosa, il mondo di oggi, caratterizzato da sconvolgimenti, catastrofi e crisi, è un insieme di problemi che richiedono attenzione e devono portare all’azione.

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La famiglia tradizionale? È un’eccezione..

Padri donna, uteri in affitto: il viaggio tra le civiltà tribali di Claude Lévi-Strauss per “sbarazzarci dei paraocchi”
 
CLAUDE LÉVI-STRAUSS
 
Gli antropologi hanno molto da dire sulla procreazione artificiale, perché le società da loro studiate si sono poste tali problemi e hanno elaborato alcune soluzioni. Queste società, è vero, ignorano le tecniche moderne di fecondazione in vitro, di prelievo di ovuli o di embrione, di trasferimento, impianto e congelamento. Ma hanno immaginato e messo in atto formule equivalenti, almeno dal punto di vista giuridico e psicologico. Permettetemi di fare qualche esempio.
 
L’inseminazione grazie a un donatore ha il suo equivalente in Africa, presso i Samo del Burkina Faso. In questa società, ogni ragazza si sposa molto giovane, ma prima di andare a vivere con suo marito


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C’è un clima ostile verso i musulmani sempre più sotto attacco

 
Iverna McGowan di Amnesty: 
ANNA LOMBARDI
Teme che una formula di questo tipo apra la porta a nuovi licenziamenti?
«È possibile. Anziché tutelare quelle donne che indossando il velo vogliono solo esprimere i valori della propria cultura, la sentenza offre anzi una scappatoia a chi vuole agire in maniera discriminatoria. Azione particolarmente grave in questo momento, con i musulmani sempre più sotto attacco in Europa e già duramente discriminati nelle scuole e nei posti di lavoro».
Indossare simboli religiosi è un diritto?
«Se si tratta di una libera scelta, se non ci sono pressioni in tal senso, senz’altro sì. Tutti hanno il diritto di esprimere la propria cultura, le proprie tradizioni, i propri valori religiosi attraverso uno specifico modo di vestire. E comunque c’è un’attenzione morbosa solo verso i simboli della fede islamica, il velo delle donne su tutti».
Molti lo considerano un simbolo di oppressione…
«Se la scelta è libera, se non ci sono pressioni bisogna rispettare il diritto delle donne a manifestare così la propria fede. Invece quello a cui assistiamo è il linciaggio di una cultura. Purtroppo viviamo in un’epoca dove anche identità religiosa e aspetto esteriore sono diventati terreno di scontro politico».
Anche la sentenza entrerà nel dibattito politico europeo?
«Le retorica xenofoba e sempre più forte in Europa. Sicuramente questa sentenza sarà utilizzata da Marine Le Pen nella campagna elettorale francese. E poi, essendo un giudizio della Corte di giustizia europea, influirà sulle scelte e sulle prossime leggi di tutti i paesi europei».
Come pensate di reagire?
«Ci saranno senz’altro sfide legali a quanto i giudici hanno scritto ieri. Nel frattempo bisogna monitorare come verrà messa in pratica la sentenza. Capire se i nostri timori di ulteriori discriminazioni sono effettivamente fondati».

Come ci vediamo visti..

Una riflessione filosofica sul “come ci vediamo visti” il bene più ricercato in epoca di social e condivisione
Salviamoci almeno la reputazione
MARCO BELPOLITI
 
 
L’ultima cosa che impariamo nella vita, ha scritto una volta George Eliot, è l’effetto che facciamo agli altri. Eppure nell’età dei social network questo è diventato una delle cose più importanti. Come ci ricorda la filosofa Gloria Origgi in “La reputazione” (Università Bocconi Editore), possediamo due Io, che ci condizionano, sia per quello che siamo sia per come agiamo. Da un lato, c’è la nostra “identità”, composta di esperienze propriocettive, sensazioni fisiche incarnate nel corpo; dall’altro, la nostra “reputazione”, il sistema potentissimo di «retroazioni del sé su se stesso che costituisce la
nostra identità sociale e che integra nell’autopercezione il come ci vediamo visti».
 
Si tratta del nostro secondo Io, che un sociologo americano, Charles Horton Cooley, all’inizio del Novecento ha definito «l’io che si riflette allo specchio». Da quando esistono quegli specchi sociali che sono il Web e i social network, e la stessa pratica del Selfie, la nostra immagine è moltiplicata nello sguardo degli altri. Di più. «L’io sociale, che controlla la nostra vita fino a condurci ad atti estremi – scrive Origgi – non ci appartiene: è la parte di noi che vive negli altri». La vicenda di Tiziana, come di altre ragazze, le cui immagini private sono state diffuse nel web con conseguenze tragiche, dimostrano la veridicità di quest’affermazione. Vergogna, imbarazzo, amor proprio, colpa, orgoglio sono i principali sentimenti ed emozioni che l’io sociale provoca in noi, in particolare in chi cura e diffonde le proprie immagini usando Facebook, Twitter o Instagram.
C’è stato un tempo in cui tutto questo riguardava in forma più controllata re e regine, imperatori e papi, poi potenti e politici, quindi divi e dive del cinema, e infine tutte le pop star del sistema mediatico. Infine l’io sociale si è dilatato a dismisura e la reputazione è ora parte sostanziale dell’identità di milioni d’individui. Origgi ricorda che reputazione significa «essere riconosciuti tali dagli altri». Il che produce un effetto paradossale: non c’è proporzione tra il valore psicologico e sociale che attribuiamo alla reputazione e la sua esistenza puramente simbolica. Diamo grande valore all’immagine di noi stessi custodita dagli altri, così da essere ossessionati dalla nostra stessa reputazione, con l’eccezione per le celebrità dello star system, la cui considerazione interessa probabilmente tutti.
Il nostro secondo Io, per cui tanto facciamo, non è esattamente l’opinione degli altri, bensì quello «che crediamo essere l’opinione degli altri o, a volte, ciò che vorremmo che gli altri pensassero di noi». Un personaggio letterario è emblematico, ricorda l’autrice: Gatsby, il protagonista del romanzo di Fitzgerald. Il suo successo è dato dal comunicare agli altri di aver ricevuto da loro proprio l’impressione che sperano di produrre. Restituisce la miglior reputazione grazie al suo sorriso; così accade con il giovane Nick Carraway.
C’è un’espressione molto di moda tra coloro che operano nel Web: «capitale reputazionale ». Indispensabile per ottenere un posizionamento sociale, comporta l’accesso a cerchie sociali decisive per essere riconosciuti e ottenere potere e prestigio, e dunque anche denaro. Da quando l’utilizzo dei media è diventato alla portata di tutti grazie al Web, da quando esiste il modo per farsi vedere attraverso i social, la classifica di notorietà e di stima, è diventata fondamentale. Qualcosa che estende e moltiplica il quarto d’ora di notorietà evocato da Andy Warhol. Ma la reputazione è qualcosa di più della notorietà. Permette di accrescere quel capitale, proprio come si fa in borsa e nella finanza: è moneta simbolica. Robert K. Merton, sociologo americano, l’ha chiamato “effetto San Matteo” da un passo del Vangelo: «A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Più si possiede un capitale reputazionale, più si può aumentarlo. Esiste inoltre un nesso stretto tra la reputazione individuale e l’appartenenza a un gruppo stimato. Un premio Nobel per l’economica, Jean Tirole, ha mostrato come la reputazione del singolo aumenti se questi poi appartiene al gruppo che ne possiede già. Era così prima della introduzione di Internet? Solo in parte.
La reputazione è un gioco che gli esseri umani fanno da sempre, ricorda l’autrice: il gioco della credibilità. Una volta la reputazione la decidevano istituzioni come la Chiesa o il Partito. Oggi la reputazione pone le persone al di sopra delle regole di appartenenza alle istituzioni. Basta a se stessa, per questo viene inseguita ad ogni costo. Inoltre, a livello del controllo sociale ciascuno può verificare in prima persona la misura della propria reputazione, e questo fornisce sovente una sensazione d’onnipotenza. Il ranking come misura della propria personalità. Siamo passati dal pudore alla spudoratezza. Origgi sostiene che l’era della informazione sta tramontando a favore dell’era della reputazione, in cui l’informazione «avrà valore solo se già filtrata, valutata e segnalata dagli altri», tanto da essere uno dei vari aspetti di quella che viene chiamata «l’intelligenza collettiva». Vero.
Tutto questo ha però almeno un risvolto negativo: la reputazione è una strategia fragile; gli specchi in cui ci moltiplichiamo sono così numerosi che non è facile mantenerne il controllo. Più la reputazione cresce, più è difficile gestirla. Basta un nonnulla, come mostrano casi anche recenti, per perderla, per franare dall’Olimpo degli eletti a quello degli esclusi. Il rancore e il risentimento sono sempre in agguato, rappresentano l’altra faccia di questo specchio, da cui la reputazione non riesce, o non può, staccarsi. Nessuno oggi può fare a meno di questo formidabile sistema di rimando del sé su se stesso. Senza, conclude l’autrice, saremmo come quei cantanti che stonano al concerto perché il circuito del microfono non riesce a rinviargli la propria voce. Non ci resta che esibirci, sperando di non steccare.


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Ama il link tuo come te stesso. La Chiesa al tempo della rete

Ama il link tuo come te stesso. La Chiesa al tempo della rete

 
Oggi il “prossimo” è chi è “connesso” con me. La lezione di Spadaro al Festival del Diritto

 

Internet sta cambiando il nostro modo di pensare e di vivere. Le recenti tecnologie digitali non sono più tools , cioè strumenti completamente esterni al nostro corpo e alla nostra mente. La Rete non è uno strumento, ma un «ambiente» nel quale noi viviamo. Forse anche qualcosa di più, un vero e proprio «tessuto connettivo» della nostra esperienza della realtà.
Ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2010: «I moderni mezzi di comunicazione sono entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio e instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio».

È tanto più vero se consideriamo come la Rete sia diventata importante per lo sviluppo delle relazioni tra gli appartenenti a quella che ormai viene comunemente definita «generazione Y», cioè quella dei giovani nati tra gli Anni Ottanta e il Duemila. La generazione Y è caratterizzata da una grande familiarità con la comunicazione, i media e le tecnologie digitali. È la generazione del cosiddetto web 2.0, nel quale i rapporti tra le persone sono al centro del sistema e dello scambio comunicativo, almeno tanto quanto lo sono i contenuti.


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La storia di Nanyuki

LA MISSIONE DI NANYUKI – KENIA

 

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NANYUKI è una cittadina di circa 110 mila abitanti nel centro del Kenya, esattamente sulla linea dell’Equatore, disposta a Nord-Ovest del Monte Kenya (ad un’altitudine di circa 2.000 mt s.l.m) a circa 200 Km da Nairobi, lungo la strada A2 ed al terminale della ferrovia commerciale che giunge dalla capitale. Nanyuki è capoluogo e sede del Distretto di Laikipia Est.

A Nanyuki convivono molte tribù differenti anche se la maggioranza della popolazione è di etnia Kikuyu Tuttavia, non mancano Masai, Samburu, Kawba, Turkana, Kalanjino, Somali, Borana, Luo, Luiya, e Meru. È molto forte inoltre la presenza indiana che svolge soprattutto attività commerciali.

La lingua ufficiale più usata è il kiswahili e l’inglese è ben conosciuto, seppure ogni kenyota ha come lingua madre quella della propria etnia. Il kikuyu è quindi in realtà la lingua più parlata a Nanyuki.

La parrocchia comprende, oltre al centro di Nanyuki, circa 30 villaggi entro un raggio di 40 Km. I cristiani sono oltre il 50% (circa 70.000) di cui almeno 40.000 cattolici. Ma sono presenti anche Musulmani, Indù, Protestanti, Animisti. Non esiste l’ateismo.

Seppure la città sia caratterizzata da alcuni quartieri centrali, per lo più occupati da attività commerciali, la gran parte della popolazione vive nelle «bidonville» di Majengo e Likii che ospitano più di 60.000 persone e nelle quali ha operato Giuseppe Zencher.

 

Lo stile educativo di Vincenzo Montella

D A QUALE pianeta è precipitato tra noi Vincenzo Montella, l’alieno di Juve-Milan? Quale distanza siderale dalle bassezze terrestri del campionato fino al suo cielo ha percorso, per non cadere nella nenia isterica del torto o della ragione? Chi è quest’uomo che si chiede dove abbia origine la sua calma, perché non è mica un quarzo, non è certo una pietra inanimata, anche lui custodisce in cuore un vulcano appena dopo quel rigore? Chi è questa strana, remota creatura che davvero dovremmo studiare con la passione dell’entomologo, mentre in campo grida ai suoi di smetterla e poi chiede scusa per le indecorose scene di alcuni, e sono passati appena cinque minuti, e infine dichiara che bisogna lasciare che gli arbitri sbaglino? Perché questo è il punto: si deve lavorare su come siamo noi di fronte all’errore, più che sull’errore stesso, altrimenti non cresceremo mai.
In un mondo preistorico che ancora litiga sul gol di Turone (maggio 1981) e che scagliaparole come clave, recentissime quelle di Buffon contro l’Inter e di De Laurentiis contro l’universo che lo odierebbe, e scendendo per li rami non c’è giorno senza almeno una provocazione, un’offesa, un’allusione, una battutina, un tweet acido, in un circo di tigri sanguinarie ma sciocche, popolato da non pochi acrobati e troppi pagliacci, Montella è la prova che si può non essere così, e che non è vietato pensare che parole bollenti possono armare pugni e lame.
È sbocciato chissà come un fiore dentro il vaso dei veleni, però non c’entra niente con il nostro calcio, Vincenzo Montella. Lo immaginiamo votato a un destino di solitudine, oppure tutto il contrario, diventerà prima o poi presidente federale, o cittì azzurro, perché uno così bisogna prenderlo da parte e dirgli ecco, questo è il pallone, mostraci come si fa, guidaci.
Vincenzino, che pure prendeva a calci le bottigliette quando Capello lo teneva fuori, oggi è davvero un gran signore, esempio di equilibrio, la sua non è mitezza equivoca, è forza smisurata. La squadra che allena è sempre nel vortice dei misteri finanziari, non ha più soldi per rinforzarsi, non si capisce cosa ne sarà ma lui niente, mai un cedimento o una lagna, meglio pensare a crescere i giovani come un maestro di scuola. E a educarli, parola che oggi sembra retorica o peggio ridicola, ma è questo che è successo venerdì sera a Torino: un allenatore di calcio ci ha insegnato come si sta al mondo, e come renderlo se possibile un po’ migliore.