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Campo Medie Soraga 2017

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Pellegrinaggio in Salento? No: si va a LA VERNA!

Allora, ti comunico quanto segue inviandoti la mail che mando ai ragazzini..

Carissima/o ………, siediti, bevi un bicchier d’acqua e fai un respiro, perché non so come reagirai a quanto sto per dirti: NON ANDIAMO PIU’ IN SALENTO!
Sei ancora vivo/a?
Se sì.. ti spiego i motivi:
– oggi ci siamo incontrati come organizzatori e abbiamo tirato un po’ di somme;
– ci siamo dati una contata e ci siamo resi conto che come numero c’eravamo (una trentina scarsa), ma di giovani ce n’erano meno di quelli che avevamo previsto e sperato..
Quindi che fare?
Le alternative erano due: o non fare più nulla o cambiare qualcosa. Ma cosa?
Ci siamo resi conto che la difficoltà più grossa per i giovani era quella di non riuscire a prendere fino all’ultimo secondo una decisione, ma andare in Salento avrebbe voluto dire mettere in modo una macchina organizzativa enorme, soprattutto dal punto di vista economico.
Ma con tutti questi discorsi forse ti sto annoiando, quindi arrivo al dunque e ti dico quanto abbiamo deciso:
– faremo comunque un PELLEGRINAGGIO (che è la cosa più bella ed importante);
– sempre dal 21 al 27 agosto;
– ma con un itinerario a noi più vicino: partiremo da Riccione – sì, hai letto bene, Riccione, cioè “da casa nostra” (ma ogni pellegrinaggio inizia in fondo sempre da casa nostra..) – per andare a La Verna, in Toscana, per un totale di km 110.
Perché questa nuova meta?
1) dimezziamo i costi (140 euro anziché 270);
2) diamo la possibilità di raggiungerci nelle tappe intermedie a chi ha problemi ad esempio di lavoro (e potrebbe aggregarsi anche solo negli ultimi giorni);
3) ma soprattutto lasciamo ad ognuno la possibilità di decidere anche all’ultimo minuto, e voi giovani, ormai l’abbiamo capito, siete fatti così! E siete belli anche per questo!!!!!!!!!!!!!!!!!! Anche se non ti nego che questa vostra indecisione a noi adulti ci manda spesso in tilt 😉

Che dire dunque.. ti RILANCIO l’esperienza, più gasato di prima, nella speranza che questa nuova proposta possa essere accolta, oltre che da te, magari da qualche tuo/a amico/a ancora in dubbio.

Nell’attesa di una tua risposta ti abbraccio forte e non vedo l’ora di partire: CARICHI A MOLLA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

 

Scalfari accusato per la sua amicizia con Papa Francesco

Eugenio Scalfari risponde a Massimo Borghesi che ha definito l’incontro del fondatore di “Repubblica” con il Papa “un riconoscimento pericoloso” per gli anticlericali integralisti, per la sinistra laica e per la destra cattolica.

NON ho il piacere di conoscere Massimo Borghesi, che ha scritto lunedì scorso un lungo articolo su di me, parlando del mio ultimo incontro con papa Francesco il 6 luglio e concludendo il suo ampio scritto sulla mia consueta rubrica domenicale che quella volta si è interessata pochissimo di politica e molto invece di cultura moderna e della poetica di Eugenio Montale che in qualche modo la rappresenta.
Debbo ringraziare Borghesi per la sua attenzione nei miei confronti e la frase finale del suo articolo.
Così conclude Borghesi: «In un incontro profondo, dettato dalla corrispondenza dell’anima, quest’uomo navigato, scettico, disilluso nel suo razionalismo, riconosce al di là di ogni teologia, la testimonianza umanissima del Successore di Pietro. Un riconoscimento pericoloso. Tanto agli occhi dei laici integralisti, quanto a quelli degli antipapalini, fermi, al pari dei laici “ortodossi”, alla ideologia. Che un uomo, in un incontro, possa trovare respiro per la ferita che lo abita è un’ipotesi che va al di là dell’immaginazione della sinistra laica come della destra cattolica. Al di là di questi opposti, alleati nella loro lotta, si situa lo spazio dell’incontro tra un Pontefice ed un intellettuale laico assillato, nonostante tutto, dal mistero della vita».
Un bel finale, gentile Massimo Borghesi, ma desidero rassicurarla: io non sono “assillato”. Riconosco da tempo che la vita della nostra specie, a differenza degli altri esseri viventi vegetali o animali, è dominata dall’esistenza dell’Io. Noi abbiamo e siamo dominati dalla consapevolezza del nostro Io che lo rende duplice: l’Io che opera e vive e l’Io che lo guida da fuori e lo giudica. L’Io umano è duplice, nel senso che mentre vive, parla, combatte, si rassegna, è allegro, è insoddisfatto, è disperato, è triste, ama, odia, ha coraggio, ha paura, nel frattempo si guarda da fuori e si giudica.
Spesso questo giudizio è negativo e non sempre ma molte volte è giusto, tuttavia nel sottofondo di ciascuno di noi c’è ed è questo vedersi da fuori mentre si opera e si vive. Da questo punto di vista siamo profondamente diversi dalle scimmie e dallo scimpanzé dal quale probabilmente deriviamo.
Ho cominciato ad esser consapevole delle contraddizioni intime che ci distinguono dalle altre specie quando avevo una trentina d’anni, poi, col passar del tempo e delle molte esperienze che ho avuto, quella consapevolezza è cresciuta fino al punto che esattamente vent’anni fa ho scritto un libro intitolato Incontro con Io.
Non so se lei, gentile Borghesi, l’ha letto. Le accenno soltanto che il protagonista è Odisseo che a mio avviso è l’eroe moderno che impersona consapevolmente l’Io. E quello che meglio ne scopre la natura è Dante che lo incontra nell’Inferno, lo fa parlare e racconta la trasformazione che la sua vita, il suo cuore, la sua anima subisce: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza ».
Non dico con questo d’aver superato i misteri della vita, ben altri mi hanno preceduto di secoli e di millenni e non è affatto detto che abbiano superato tutto. Ma non sono assillato. Sono consapevole che ogni nostra attività, dalle più banale alla più significativa, è dominata dall’Io anche se non sempre lo sappiamo e/o ce ne accorgiamo. Di solito le moltitudini non sanno neppure che il problema dell’Io esiste. Seguono i loro istinti, le loro pulsioni, la loro timidezza, la loro paura o il loro coraggio e la loro audacia, ma questo l’ho già detto, quello che più di tutto sfugge loro è la profonda diversità delle varie forme della natura umana.
Prendiamo alcune di queste forme, per esempio la poesia. A me piace molto, si esprime in vari modi: parole, note musicali, colori e pennello ed altri strumenti ancora. Perfino la scienza molte volte sconfina nella poesia e il nostro Leonardo da Vinci ne è uno degli esempi. Einstein un altro. La casa dei doganieri di Montale un altro ancora, ma forse lei, gentile Borghesi, non sa che tra le opere poetiche che considero più alte ci sono il Poema paradisiaco e le Laudi di Gabriele D’Annunzio: sono folgoranti esempi di poesia. In particolare il terzo libro delle Laudi, l’Alcyone, e uno dei suoi componimenti che si intitola L’oleandro.
D’Annunzio aveva un pessimo carattere, era dominato dai vizi peggiori, ma fu un grandissimo poeta, come lo furono nella medesima epoca Rainer Maria Rilke, John Keats, Edgar Allan Poe, Aleksandr Blok e moltissimi altri. La vita ovviamente la vedono in diversissimi modi. E il loro Io? In alcuni ha la caratteristica di essere molto vigile. Per esempio in Rilke, specie nel suo Quaderni di Malte Laurids Brigge. In altri l’Io è estremamente contraddittorio. Per esempio in D’Annunzio, come ho già detto.
Ma andiamo più indietro nei secoli o addirittura nei millenni: troviamo le poesie di Alceo e di Saffo d’una modernità senza pari ed egualmente, in un’epoca distante più di un millennio Guido Cavalcanti, e poi Dante e poi Tasso e infine Leopardi. Nella loro diversità l’uno dall’altro, la loro capacità d’esprimere l’anima, di farsi guidare da lei, d’avere il cuore e la mente dominati dall’Io è egualmente moderna.
Gentile Borghesi, altro non dico. Ma mi piaceva che lei mi conoscesse meglio. Non sono affatto un genio; sono una persona estremamente qualunque, ma ho avuto una vita ricca e lunga. Ora posso anche vantarmi dell’amicizia con papa Francesco, non certo perché è un Papa, ma per l’uomo eccezionale che è.

Live stream dalla Chiesa Gesù Redentore di Riccione

6 Luglio 2017 Messa di Evangelizzazione

Campeggi 2017

È partito il secondo turno….. Segui in diretta (o quasi) il campeggio

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Sotto trovi le foto del primo turno….. 

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inizia l’avventura dei campeggi dedicati ai bambini delle elementari. C’è una importante novità che riguarda il campeggio dal 12 al 17 al giugno:saremo alloggiati presso l’Hotel Falcon, sempre a Sant’Agata Feltria. Anche se saremo in albergo sarà necessario portare lenzuola e asciugamani. Qui di seguito trovare i volantini con tutte le informazioni per ciascun campeggio. 

 

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Pellegrinaggio a F��tima: Santa Messa con il Rito della Canonizzazione dei Beati Francisco Marto e Jacinta Marto (Sagrato del Santuario di Nostra Signora di F��tima, 13 maggio 2017) | Francesco

Pellegrinaggio a Fátima: Santa Messa con il Rito della Canonizzazione dei Beati Francisco Marto e Jacinta Marto (Sagrato del Santuario di Nostra Signora di Fátima, 13 maggio 2017)

PELLEGRINAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DI FÁTIMA

in occasione del centenario delle Apparizioni della Beata Vergine Maria alla Cova da Iria
(12-13 maggio 2017)

SANTA MESSA CON IL RITO DELLA CANONIZZAZIONE
DEI BEATI FRANCISCO MARTO E JACINTA MARTO

OMELIA DEL SANTO PADRE

Solennità della Beata Vergine Maria di Fátima
Sagrato del Santuario
Sabato, 13 maggio 2017

[Multimedia]


«Apparve nel cielo […] una donna vestita di sole»: attesta il veggente di Patmos nell’Apocalisse (12,1), osservando anche che ella era in procinto di dare alla luce un figlio. Poi, nel Vangelo, abbiamo sentito Gesù dire al discepolo: «Ecco tua madre» (Gv 19,26-27). Abbiamo una Madre! Una “Signora tanto bella”, commentavano tra di loro i veggenti di Fatima sulla strada di casa, in quel benedetto giorno 13 maggio di cento anni fa. E, alla sera, Giacinta non riuscì a trattenersi e svelò il segreto alla mamma: “Oggi ho visto la Madonna”. Essi avevano visto la Madre del cielo. Nella scia che seguivano i loro occhi, si sono protesi gli occhi di molti, ma… questi non l’hanno vista. La Vergine Madre non è venuta qui perché noi la vedessimo: per questo avremo tutta l’eternità, beninteso se andremo in Cielo.

Ma Ella, presagendo e avvertendoci sul rischio dell’inferno a cui conduce una vita – spesso proposta e imposta – senza Dio e che profana Dio nelle sue creature, è venuta a ricordarci la Luce di Dio che dimora in noi e ci copre, perché, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, il «figlio fu rapito verso Dio» (Ap 12,5). E, secondo le parole di Lucia, i tre privilegiati si trovavano dentro la Luce di Dio che irradiava dalla Madonna. Ella li avvolgeva nel manto di Luce che Dio Le aveva dato. Secondo il credere e il sentire di molti pellegrini, se non proprio di tutti, Fatima è soprattutto questo manto di Luce che ci copre, qui come in qualsiasi altro luogo della Terra quando ci rifugiamo sotto la protezione della Vergine Madre per chiederLe, come insegna la Salve Regina, “mostraci Gesù”.

Carissimi pellegrini, abbiamo una Madre, abbiamo una Madre! Aggrappati a Lei come dei figli, viviamo della speranza che poggia su Gesù, perché, come abbiamo ascoltato nella seconda Lettura, «quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo» (Rm 5,17). Quando Gesù è salito al cielo, ha portato accanto al Padre celeste l’umanità – la nostra umanità – che aveva assunto nel grembo della Vergine Madre, e mai più la lascerà. Come un’ancora, fissiamo la nostra speranza in quella umanità collocata nel Cielo alla destra del Padre (cfr Ef 2,6). Questa speranza sia la leva della vita di tutti noi! Una speranza che ci sostiene sempre, fino all’ultimo respiro.

Forti di questa speranza, ci siamo radunati qui per ringraziare delle innumerevoli benedizioni che il Cielo ha concesso lungo questi cento anni, passati sotto quel manto di Luce che la Madonna, a partire da questo Portogallo ricco di speranza, ha esteso sopra i quattro angoli della Terra. Come esempi, abbiamo davanti agli occhi San Francesco Marto e Santa Giacinta, che la Vergine Maria ha introdotto nel mare immenso della Luce di Dio portandoli ad adorarLo. Da ciò veniva loro la forza per superare le contrarietà e le sofferenze. La presenza divina divenne costante nella loro vita, come chiaramente si manifesta nell’insistente preghiera per i peccatori e nel desiderio permanente di restare presso “Gesù Nascosto” nel Tabernacolo.

Nelle sue Memorie (III, n. 6), Suor Lucia dà la parola a Giacinta appena beneficiata da una visione: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?». Grazie, fratelli e sorelle, di avermi accompagnato! Non potevo non venire qui per venerare la Vergine Madre e affidarLe i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i persone con disabilità, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati. Carissimi fratelli, preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio.

Egli infatti ci ha creati come una speranza per gli altri, una speranza reale e realizzabile secondo lo stato di vita di ciascuno. Nel “chiedere” ed “esigere” da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato (Lettera di Suor Lucia, 28 febbraio 1943), il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita. «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24): lo ha detto e lo ha fatto il Signore, che sempre ci precede. Quando passiamo attraverso una croce, Egli vi è già passato prima. Così non saliamo alla croce per trovare Gesù; ma è stato Lui che si è umiliato ed è sceso fino alla croce per trovare noi e, in noi, vincere le tenebre del male e riportarci verso la Luce.

Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore.

Pellegrinaggio a Fatima

PELLEGRINAGGIO A FATIMA. CLICCA PER I DETTAGLI.

Le prime comunioni

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R+ Cos�� salvo la mia sala cinema d’essai

Antonio Sancassani è l’anima del Mexico, il cinema diventato un’istituzione milanese
“Con film selezionati e colloqui col pubblico salvo la mia sala d’essai”
«PIACIUTO il film, signora?». «Bellissimo! ». «Grazie, grazie». C’è un cinema a Milano dove il proprietario ti aspetta all’uscita e ti chiede se sei soddisfatto. Quella cosa lì che adesso chiamano “customer care” il signor Antonio Sancassani l’ha sempre fatta, «perché io ho rispetto del pubblico, che alla fine della fiera è quello che paga, e ha diritto di dare il suo giudizio». Il cinema è il Mexico, zona Porta Genova una volta popolare e ora modaiola, una delle pochissime monosale sopravvissute a Milano. Al Mexico e al suo creatore è dedicato un documentario ( Mexico! Un cinema alla riscossa, di Michele Rho) che uscirà nelle sale il 4 maggio (a Milano dal 5, al Palestrina). I milanesi conoscono il Mexico, che è una piccola importante istituzione. Ma, in generale, se amate il cinema dovreste proprio vederlo. Vi commuoverà rimpiangere le sale che c’erano e sono state sterminate, capirete che lotta di resistenza sia mandare avanti un cinema fuori dall’abbraccio mortale della grande distribuzione, e soprattutto conoscerete lui: Antonio Sancassani da Bellagio, magro e ruvido, baffetti e naso a becco, una vita dedicata a questa passione sbocciata quand’era bambino.
«La passione per il cinema l’ho sempre avuta. Vengo da una famiglia contadina, e al cinema non mi portavano spesso. Però avevo un amico, Celestino, che nel cinema del mio paese, il Vittoria, vendeva Coca Cola e caramelle con la cassettina attaccata al collo. Mi disse che cercavano qualcuno in cabina per girare la manovella che riavvolgeva la pellicola. Ho cominciato così, a 14 anni. Conservavo i fotogrammi tagliati via per giuntare le pellicole quando si rompevano, e me li guardavo controluce quasi fossero una reliquia ». Siamo dalle parti di Nuovo cinema Paradiso, ma è tutto vero. Poi, dopo il militare, Milano: proiezionista, poi gestore di alcune sale, e alla fine degli anni 70, quando comincia la crisi, ecco l’occasione di rilevare quel cinema di quartiere. Che si chiama Savona quando viene aperto nel 1933, poi Libertà dopo la guerra, e ancora Savona, e infine Mexico: «Era l’opportunità di realizzare il mio sogno, avere un cinema mio da gestire liberamente. Tutti mi sconsigliavano, ma io l’ho fatto».
Ma gestire liberamente un cinema — per Sancassani e i pochissimi superstiti della categoria — vuol dire scegliersi i film da programmare. Difficile, difficilissimo, quasi impossibile. «Non amo pensare che uno al mattino mi chiama e mi dice: domani nel tuo cinema fai questo film. Vorrei sceglierlo io, il film per il mio locale». Ma la programmazione è in mano a chi la organizza per i grandi circuiti di distribuzione. Risultato? «Non ti danno i film. Perché non faccio parte di un certo circuito. Ma io non voglio farne parte. Perché chi ne ha fatto parte, mi riferisco alle monosale, alla fine ha chiuso». E infatti le monosale sono quasi del tutto scomparse. Prima quelle di quartiere, poi quelle del centro.
Nel documentario di Michele Rho c’è una parte che, al netto della nostalgia, risulta particolarmente dolorosa per i milanesi di una certa età. Ed è la lunga sequenza di luoghi che una volta ospitavano i cinema e ora sono negozi di abbigliamento o gelaterie. A Milano una volta c’erano 200 sale. Il corso Vittorio Emanuele veniva chiamato Piccola Broadway per la quantità di sale dove la première era un’occasione mondana con attori, registi, donne in pelliccia e perle, uomini in smoking. In ogni quartiere, anche in periferia, c’erano cinema di seconda o terza visione dove la programmazione continuava. Ci andavano le famiglie, avevano magari poltrone scomode di legno, ma l’incanto di quando si spegnevano le luci e la polvere ballava nel cono di luce del proiettore non si può dimenticare.
Il Mexico deve la sua sopravvivenza a un’idea geniale di Sancassani. Negli anni 70 aveva già cominciato a specializzarsi in pellicole musicali, che nessuno programmava, come Hair o Jesus Christ Superstar o Rocky Horror Picture Show. «In Saranno famosi di Alan Parker c’era questa sala di New York dove la gente andava a replicare, travestita e truccata, le scene di Rocky Horror. E ci ho provato anch’io». Entra in contatto con un giovane studente della scuola di teatro Paolo Grassi che si chiamava Claudio Bisio, che insieme con altri allievi organizza un piccolo cast amatoriale. Un successo fenomenale. Che dura ancora, e sono passati 36 anni. Il cast si è rinnovato, anzi si è autoalimentato, e più di 400 mila persone hanno assistito a questa visione-interpretazione. Il Mexico ha ancora sull’insegna la scritta “The Rocky Horror House”.
E poi, visto che i film tocca andarseli a cercare fuori dal recinto della grande distribuzione, Sancassani ha sviluppato un fiuto incredibile nel pescare pellicole semisconosciute e nel trasformarle in piccoli fenomeni. Il caso più noto è Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, la storia di un pastore francese trapiantato sulle montagne della Val Maira, che rimase in locandina per due anni. Oppure Fame chimica di Antonio Bocola e Paolo Vari: sei mesi di programmazione. O Il primo incarico di Giorgia Cecere con Isabella Ragonese, proiettato pure per sei mesi. Sancassani ha capito che il segreto sta nel passaparola, la sola forma di pubblicità che conosce: sa di dover ascoltare il parere della gente («Piaciuto il film, signora?»), e aspettare che il passaparola cominci a ingranare. Nella grande distribuzione un film, se non funziona nell’arco di una settimana, si smonta e sparisce letteralmente dalle sale. Al Mexico, isola di resistenza, non si fa così, almeno finché Antonio Sancassani sarà lì a difenderlo.

Mese di Maggio 2017

Nel mese tradizionalmente dedicato a Maria, ci incontriamo ogni sera per la recita del Rosario presso alcune famiglie della nostra comunità AlbaMater. Partiamo dalla zona di Mater Admirabilis e arriviamo fino alla zona di Gesù Redentore. Ci auguriamo di poterci incontrare numerosi presso le famiglie che accoglieranno l’immagine di Maria in queste settimane. Per il calendario settimanale del Rosario itinerante clicca qui.

Per chi non può venire alla sera, vi proponiamo questi momenti di preghiera.
Chiesa di Mater Admirabilis
Recita del Rosario alle 17.15  (dal lunedì al sabato), di seguito la preghiera dei Vespri alle ore 17.40.

Chiesa di Gesù Redentore
Recita del Rosario all 15.00 (dal lunedì al venerdì). Al sabato il Rosario si recita alle ore 17.30.
Ogni mercoledì il Rosario sarà animato dai bambini del catechismo.

Messa Comunitaria II domenica di Pasqua

La Domenica di Pasqua alla chiesa Gesù Redentore